Chi si è inventato il babywearing?

 L’importanza del contatto e del traspostare i bimbi

 

 

Sebbene in molti si siano fatti l’idea che tras-portare il bimbo addosso (questo è il significato di babywearing) sia una pratica abbastanza recente da noi, una moda, o che riguardi specialmente le popolazioni sottosviluppate, sia confinato tra le mamme africane o indiane, la verità è molto lontana. Così lontana che risale alla notte dei tempi.

 

Per capire perché i nostri antenati iniziarono a portare, basta fare un bel passo indietro.

Pensiamo agli animali, ci sono vari tipi di mammiferi, per esempio i cavalli: quando nasce un cucciolo in pochissimi minuti è in piedi e pronto a seguire la sua mamma e questo è il solo modo che ha per sopravvivere.

I cuccioli d’uomo (come i primati e i nostri antenati) non hanno la stessa capacità e, anzi, sono totalmente dipendenti dalla madre. Alla nascita vedono ombre, non hanno il controllo del proprio corpo. Per tutto il periodo dell’evoluzione (e in certi luoghi anche ora), il neonato deve la sua sopravvivenza all’essere stato portato addosso dalla propria madre e dal costante nutrimento che gli offriva. Il portare e l’allattamento materno sono due aspetti molto legati tra loro. Bostock spiega come l’essere umano nato dopo i nove mesi di gestazione intrauterina sia un prematuro fisiologico e gli servano altri 9 mesi circa, detti di esogestazione, per essere in grado di spostarsi, gattonando, e quindi di sfuggire da eventuali pericoli.

Questi primi nove mesi del neonato fuori dall’utero materno sono molto importanti e ricchi di cambiamenti e sviluppo ed è stato recentemente dimostrato quanto sia importante il contatto con la madre.

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In ogni cultura vi è stato e continua a esserci un modo per trasportare addosso i neonati o bimbi piccoli, da sempre. Ed è durato nei secoli, ogni popolo con le proprie usanze e tradizioni.

Se facciamo un salto in epoca moderna, nei territori più sviluppati del mondo, possiamo notare come dopo la rivoluzione industriale con i conseguenti cambiamenti, cominci a esserci un modo diverso, nei Paesi e negli ambienti più agiati, di accudire i bambini. Se nelle campagne europee e di gran parte del mondo più sviluppato (ne abbiamo testimonianza nell’arte, dipinti e sculture, e nelle primissime foto, vedi immagini) le madri continuavano a portare con scialli di tela o altri supporti, nelle città fanno le prime apparizioni le carrozzine e i box dove trasportare e parcheggiare i neonati in sicurezza.

In breve, lo sviluppo della società ha portato l’allontanamento del neonato dalla madre, o meglio, ha portato a un modo di tenere il bimbo al sicuro non a contatto con la madre.

In epoca contemporanea, anche per merito dell’emancipazione della donna, si è visto le madri accudire i figli sempre a più basso contatto. Ritenendo non ci fossero più i pericoli di un tempo, il neonato veniva lasciato da solo a dormire nella culla, spesso si preferiva alimentarlo con latte artificiale e si cercava ogni confort possibile per alleviare la fatica dell’accudimento. Si incomincia a parlare di vizi del neonato, di madri sfortunate che “non hanno latte”. È in questo periodo che la società sviluppata perde man mano la naturale predisposizione dell’accudimento a contatto del bambino. Mentre nella cultura non intaccata dal progresso questa predisposizione rimane inalterata.

Recenti studi, per esempi quelli di Bostock e McKenna, quest’ultimo antropologo di fama mondiale e autore di diversi libri, che asserisce come i neonati abbiano un enorme bisogno di contatto, supporto emotivo e di essere allattati e trasportati addosso, hanno dimostrato come il babywearing possa giovare a mamma e bimbo, così è incominciato a dare importanza alla vicinanza del bimbo alla madre e a ciò che ne deriva.

Il contatto con il corpo materno regola la respirazione e il battito cardiaco del neonato, la sua temperatura ed è di grande aiuto per l’avvio e il proseguo dell’allattamento materno; il latte materno è l’alimento specie specifico per il cucciolo umano e ogni mamma produce il latte calibrato e perfetto per il suo bambino. Credo che ogni mamma, se ascolta se stessa, mettendo da parte i pareri altrui, abbia un istinto che la guidi e possa capire quella che sia la sua strada in termini di accudimento del bambino. E non ce ne sarà una giusta o una sbagliata, tralasciando comportamenti al limite, ma ci sarà ciò che è meglio per quella diade madre-bambino. Tutte le mamme che desiderano portare i figli in fascia ne hanno la capacità, può servire solo la pratica e, talvolta, un aiuto iniziale. Molte vogliono riprendere la loro quotidianità e preferiscono farlo insieme ai loro piccoli perché si sentono più a proprio agio; talvolta si sentono insicure, spaesate, non sanno come fare per iniziare e non sempre la famiglia le comprende e appoggia. Ma sono informate e hanno solo bisogno di essere seguite e indirizzate al bisogno.

Per concludere, il babywearing non lo ha inventato nessuno, è sempre esistito ed è necessariamente di tutti: è nato da un’esigenza intrinseca nel genere umano. Ogni mamma può praticarlo e nessuno le deve dare il permesso per portare il suo bambino. Se si porta in modo inadeguato, c’è spesso il rischio che il portare non abbia un riscontro positivo e termini sul nascere, privando mamme e bimbo di momenti importanti. Per questo motivo, non avendo attualmente nella nostra cultura la possibilità di vederci tramandato l’insegnamento di come legare i bimbi da nostra nonna o mamma, ci si avvale della consulente babywearing, una risorsa preziosa che ha le competenze per passare questo insegnamento e per fare in modo che il portare sia sicuro e confortevole così da durare il più a lungo possibile. Ed è questo che facciamo nel gruppo I love babywearing, cerchiamo di essere un supporto concreto per ogni portatore e portato.

 Irene Pecikar

Scrittrice, Consulente Babywearing School - Mammole

 

 

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